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Fegato grasso: occhio all’insulino-resistenza

Fegato grasso: occhio all’insulino-resistenza

Il “fegato grasso”, o steatosi epatica non alcolica, è una condizione da non sottovalutare connessa a diversi disturbi e patologie. Molti studi condotti negli anni hanno dimostrato infatti che una dieta ricca in grassi è spesso causa di un accumulo di grasso nel fegato. In particolare in Occidente quasi un terzo della popolazione ha in qualche modo a che fare con diversi livelli di questo disturbo, che può aprire la strada a patologie che vanno dalla steatoepatite non alcolica fino alla fibrosi e alla cirrosi. In ogni caso, anche senza che si arrivi a queste conseguenze così importanti, il fegato grasso resta un importante campanello d’allarme: ricerche hanno evidenziato che esiste un preciso legame con la sindrome metabolica mostrando tra l’altro che è la resistenza all'insulina il fattore che collega le due condizioni. Questa condizione, infatti, è connessa a un eccessivo accumulo di grasso in tessuti come quelli del fegato con un conseguente aumento della circolazione degli acidi grassi liberi. Ma non solo: l’insulino-resistenza ha a che fare anche con l’accumulo di grassi all’interno del pancreas, con conseguente danno infiammatorio a carico dell’organo. Inoltre negli adulti i dati oggi disponibili correlano la steatosi epatica e pancreatica con l’obesità, ma anche con il diabete tipo 2. 

Tutte le conseguenze metaboliche 

In linea generale, spiegano i medici, chi mostra segni di steatosi epatica non alcolica dovrebbe fare maggiore attenzione all’alimentazione seguendo le stesse indicazioni utili per chi è affetto da sindrome metabolica, esattamente come in tutti i casi di insulino-resistenza. Oltre a moderare la quantità di calorie nella propria dieta, occorre preferire alimenti a basso indice glicemico. Resta valido un consiglio per chiunque affronti il problema della sindrome metabolica: perdiamo il peso corporeo in eccesso incrementando anche l’esercizio fisico. Quanto all’alimentazione, ricordiamo che alcuni cibi possono svolgere la funzione di farmaco nutrizionale: tra questi gli acidi grassi Omega3. Molti studi dimostrano infatti come riducendo il grasso addominale, e quindi la resistenza all’insulina, sia possibile ottenere importanti riduzioni del rischio cardiovascolare. 

Occhio a cibo e integratori 

Proprio in quest’ottica potrebbe essere utile anche l’uso di integratori in grado di rallentare l'assorbimento intestinale degli zuccheri. Non bisogna dimenticare di controllare in particolare colesterolo e trigliceridi: il loro monitoraggio, insieme a una dieta mirata con una riduzione iniziale di 300-500 calorie giornaliere, rappresentano i primi passi da compiere nel controllo di una sindrome metabolica già in atto. Da questo punto di vista possono essere validi alleati gli integratori a base di berberina e di tocotrienoli. Non tralasciamo infine di monitorare i livelli di alcuni nutrienti chiave. Uno su tutti? La preziosa vitamina E.

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